Metaforicamente, ogni sua mostra si dipana come un corridoio su cui si affacciano varie porte che conducono ad altrettante stanze e ad altrettanti ingressi, dove si incontrano emozioni e stati d’animo differenti: dall’armonia allo sconforto, alla sensazione di essere vittima di continue metamorfosi Tra i suoi paesaggi, i suoi clown abbandonati per terra, i suoi alberi tridimensionali bianchi, le sue colonne sonore minimali, il visitatore può sentirsi come disorientato e perso in un labirinto mentale.
Lo stesso che l’artista tratteggia, per esempio, nei suoi enormi dipinti in bianco e nero di foreste portate al di fuori del tempo o definisce attraverso articolate strutture in plexiglas.
Rondinone è come un viaggiatore capace di trattenere a sé e riportare agli altri le proprie memorie; che si tratti di un fitto groviglio di rami e fogliame o di una distesa infinita di acque calme, egli mostra sempre un senso di arrendevolezza di fronte alla vita, alla sua grandezza, alla responsabilità che ci impone l’essere uomini. Nessuna sfida in questo modo di intendere l’esistenza, ma piuttosto un’accettazione del nostro destino sia dolce che malinconica.
Ogni suo lavoro sembra corrispondere a un haiku, un breve componimento giapponese dalla struttura aperta che definisce in poche parole la natura o un atto quotidiano semplicissimo. “Una pioggia di catene”, “una nevicata di carta”, “una serie di linee dell’orizzonte” sono al contempo sintetiche indicazioni di materiali impiegati o descrizioni esaustive di alcuni suoi interventi.






